#1 Perché Sanremo è Sanremo?

È trascorso un anno da quando la notte avvolge le nostre esistenze ed un virus è servito per ricordarci quanto la natura proceda – a discapito o a prescindere – da noi e dalle nostre attività.
Così, anche nel bel Paese, l’asfissiante situazione pandemica attanaglia la vita degli italiani.

Superato lo stallo “sospensivo” che ci ha avvolto cuore ed anima, nella primavera del 2020; una parvenza di normalità – tra una chiusura e i “colori” ministeriali – stenta a decollare.
L’Italia è ferma, come gran parte dell’ampio mosaico europeo.
Ferma è la sua cultura, quella che l’ha resa celebre agli occhi della storia. Stop per la scuola, tra banchi “arrotellati” e connessioni altalenanti. Buio è lo schermo del cinema così come il riflettore del teatro.
La lunga filiera dei ristori, dei commerci, del turismo è stretta in una morsa asfittica che desidera, quanto prima, una luce per risorgere. Il Paese dei “santi, poeti e navigatori” è tra il sonno impigrito e il sogno di ripartenza.
In uno scenario quasi immobile – senza sostanziali evoluzioni – c’è davvero bisogno
del Festival di Sanremo?


L’opinione pubblica, inevitabilmente, è divisa.
Critici illustri, attori teatrali e cinematografici, intellettuali e dotti, credono che in questo delicato momento il “caro” Festival della canzone italiana non sia una priorità. Lo zoccolo duro anti-sanremese per anni ha insistito sullo sciupio economico e mediatico della kermesse di canzonette.
È davvero così? Sanremo è solo marketing e spazzatura?
Qualche prima risposta ci proviene dai numeri.
Negli ultimi dieci anni hanno guardato Sanremo – in media fra picco massimo e minimo di ascolti – 60.368.629 di persone!


Seguendo un elementare discorso mutuato da Umberto Eco, è possibile che alla moltitudine di queste genti piaccia la merda, così come è possibile che un format come quello sanremese resista, nonostante i suoi 71 anni e le sue crisi di mezze età.
Restando sempre in ambito aritmetico, tanti sono gli artisti che partendo da Sanremo hanno scritto la storia della nostra canzone. Da Modugno a Villa, da Celentano a Morandi e poi Matia Bazar, Pooh, Ramazzotti, Pausini, Elisa, Masini, fino a Mahmood e Diodato.
Insomma se oggi tutti cantiamo “Nel blu dipinto di blu” – Sanremo ’58 – un motivo ci sarà.
Non importa però se oggi, dati alla mano, il Festival sia il programma più seguito e longevo della televisione italiana; è importante invece accende il riflettore sul messaggio di Sanremo – fin dal 1951 – proprio quest’anno.


“L’italiano medio” – Capatonda docet – è stanco del GF, di Pomeriggio Cinque e di Temptation Island cosi che il festival emancipa anche lui; e di contro anche il dotto, il “bastian contrario” per poterlo condannare e sbofonchiare la morale ramanzina dovrà guardarlo e sopportare che sui social, al lavoro e al bar, le parole festival, canzone, vincitore, bel testo, pessimo vestito, ridicolo, fantastico saranno pronunciate da qualcuno.

Ciononostante, questo vecchietto ligure e nazionalpopolare, ci offre la possibilità di ascoltare 26 canzoni neonate, di discutere davanti alla propria Tv dell’ipotetico vincitore, di commentare il super ospite straniero, di trovare – grazie al satiro di turno – l’opportunità di evidenziare l’assenza dello Stato e della politica.
Sanremo è un momento di incontro, di convivialità, di umanizzazione.
La musica, protagonista indiscussa, si rende anche volano per la discussione, la riflessione e il confronto su ampie tematiche che attanagliano la nostra vita.
Come disse una volta il prof. Palmieri all’Università, dove c’è una gara c’è tifo e dove c’è tifo, c’è la speranza di vittoria; quella che tutti abbiamo perduto.

Che le “canzonette” siano valide o feticci del mercato discografico attuale, poco importa.
Cinque giorni, solo cinque per nuove melodie che facciano da contrappunto al buio dominante di questo tempo. Qualche ora – dopo un anno di info sanitarie e bollettini necrologici – per non pensare ai vaccini e alle magnifiche sorti e progressive e distendere la nebulosa coltre di pensieri.
Un momento per ritrovarsi, nonostante tutto, uniti come Paese.
Forse, in fondo, proprio perché: Sanremo è Sanremo!

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Anna Lisa Auriemms
Anna Lisa Auriemms
3 anni fa

Condivido in pieno il festival di Sanremo non è indispensabile e nessuno dovrebbe seguirlo

Gaetano
Gaetano
Rispondi a  Anna Lisa Auriemms
3 anni fa

Contrariamente a quanto lei ha scritto, c’è da dire che – se intendo bene la lingua italiana – l’autore dell’articolo intendeva al contrario dire che Sanremo, a suo modo, è proprio indispensabile, e che quindi andrebbe seguito… Forse lei ha compreso male le sue parole….